08/10/2017

VANGELO LC 17,5-10.

COMMENTI tratti dai siti:

-STUDI BIBLICI   MONTEFANO (ALBERTO MAGGI  osm)

-PAOLO FARINELLA prete

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ALBERTO MAGGI  OSM

  I brani che la liturgia ci presenta devono sempre essere sempre inseriti nel contesto, altrimenti il loro significato ne può venire snaturato. Ad esempio per questo capitolo 17 del vangelo di Luca, la liturgia ci presenta cinque versetti, dal 5 al 10, ma vediamo come iniziava questo capitolo.

Gesù inizia con un monito molto severo verso chi è causa di scandalo, dice che per lui sarebbe meglio se si mettesse una pietra da mulino al collo e venisse gettato in mare. Lo scandalo, cioè ‘far inciampare’ è rivolto ai piccoli. Il termine greco adoperato dall’evangelista è micron che significa ‘gli ultimi, gli invisibili’.

Allora Gesù ha parole molto severe, dice “Chi fa cadere, chi fa inciampare gli ultimi”, gli ultimi della società che avevano pensato di trovare nella comunità di Gesù quell’ideale di amore e di fraternità. E quel è il motivo dello scandalo? Il motivo dello scandalo lo dice Gesù con parole molto severe: “Attenti a voi”. E dice “Se tuo fratello commette una colpa, rimproveralo, ma se si pentirà perdonagli”.

Quindi il motivo dello scandalo, che fa inciampare, che fa cadere i piccoli, è la mancanza di perdono. Hanno sentito parlare del gruppo di Gesù dove l’amore è l’unica legge, dove il perdono vicendevole, e dopo trovano rancori e risentimenti come ovunque.

E Gesù, parlando ai suoi, dice “E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te, e sette volte ritornerà a te dicendo ‘ sono pentito’, tu gli perdonerai”. Gesù sta invitando i suoi ad essere figli dell’altissimo. Gesù aveva detto già nel capitolo 6 di questo vangelo che il padre, l’altissimo, è colui che ha un amore incondizionato verso gli uomini, che ama pure gli ingrati e i malvagi.

Gesù propone ai suoi discepoli di arrivare a questo livello, avere un amore simile a quello del padre, a quello di Dio, cioè un amore incondizionato e pertanto un perdono illimitato.

Questo sembra troppo ai discepoli che infatti intervengono. Questo è il brano che la liturgia ci presenta. “Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!»Di fronte all’esigenza di Gesù di un amore che sia simile a quello di Dio, loro non se ne sentono capaci e chiedono un aiuto a Dio, chiedono di accrescere la fede.

Ma la fede non può essere aggiunta o accresciuta da Dio perché la fede non viene data da Dio, ma è la risposta al dono d’amore che Dio fa a tutti. Come si vedrà poi in seguito nell’episodio dei dieci lebbrosi, dove solo uno torna indietro; e di questo che torna indietro a ringraziare per questo dono d’amore, Gesù parla di fede.

Quindi la fede non è un dono che Dio fa e quindi può essere accresciuto da Dio, ma la fede è la risposta degli uomini al dono d’amore che Dio fa. E questo dono d’amore deve essere manifestato in una altrettanta offerta d’amore agli altri.

Ecco perché Gesù replica e dice: «Ma il Signore dice: ‘Se aveste fede quanto un granello di senape …’»”, cioè il chicco è proverbialmente il più piccolo, «… potreste dire a questo gelso»”, o sicomoro, “«Sradicati e piantati nel mare»”. Il mare è il luogo dove Gesù aveva detto che doveva andare colui che è autore dello scandalo, quindi quello che fomenta lo scandalo, questa difficoltà, deve essere sradicata.

E, proprio per questo invito ad essere figli dell’altissimo, Gesù continua con delle parole che sono in aperta contraddizione con quanto lui in precedenza aveva affermato nel capitolo 12. Nel capitolo 12, usando le stesse immagini, Gesù aveva parlato di un signore che torna a casa a notte fonda, trovava i servi ancora in piedi e cosa fa? Dice: “Li farà mettere a tavola, si cingerà le vesti e si metterà a servirli”.

Era l’immagine dell’eucaristia, dove il Signore, a quelli che l’hanno accolto e con lui e come lui orientano la propria vita per il bene degli altri, comunica la sua stessa energia, la sua stessa capacità d’amore. Qui abbiamo tutto il contrario, mentre Gesù parla di un signore che si cinge le vesti, qui il padrone dice al servo “cingiti le vesti”, atteggiamento di servizio.

Mentre Gesù aveva parlato di un Signore che fa mettere i suoi a tavola, qui dice che è lui che si mette a tavola e, mentre aveva detto che sarebbe passato a servirli, qui dice che lui ordina e comanda “Servimi!”

E poi continua «Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato …»”, ordinare è un verbo che richiama l’obbedienza alla legge dell’Antico Testamento, “« … dite ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare’.»

Qual è il significato di questa espressione che contraddice apertamente quanto Gesù aveva detto? Gesù vuole rendere i discepoli Figli di Dio, cioè liberi, ma questa libertà si ha soltanto con un amore simile a quello del Padre. Gesù vuole portare i suoi verso la nuova alleanza da quella antica, quella basata sull’obbedienza alla legge del Signore, a quella dell’accoglienza dell’amore del Padre.

Quindi Gesù vuole rendere i discepoli Figli di Dio, per farlo bisogna innalzare la soglia del proprio amore e, per fare questo, bisogna abbandonare quel rapporto servo-Signore che era stato imposto da Mosè. Mosè, servo del Signore, aveva imposto un’alleanza tra dei servi e il loro Signore, basata appunto sull’obbedienza, in cui l’uomo era un servo.

Ma Gesù, il Figlio di Dio, propone un’alleanza tra dei figli e il loro Padre, non più basata sull’obbedienza, ma sull’accoglienza del suo amore. Se non lo faranno, rimarranno sempre nella condizione di servi.

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PAOLO FARINELLA  prete

Il brano del vangelo riporta due parti: un breve insegnamento ai discepoli sulla fede (vv. 5-6) e la parabola del servo insufficiente o inadatto o inutile (vv.7-10). Lc, come è suo costume, ha già esaltato i poveri e condannato i ricchi (6,20-26; 12,13-21; 16,19-31; 18,1-8); mette in contrasto la «religione» dei Giudei con la «fede» del Samaritano (17,11-19), quella del Fariseo con quella del pubblicano (18,9-14), mentre tutto il vangelo è pieno di attenzioni per gli ultimi, i deboli e i poveri (15,1).

Non conosciamo il contesto storico del brano di Lc, ma forse Gesù ha finito di discutere e contrapporsi con i Farisei che erano assillati dall’osservanza «esatta» di tutte le prescrizioni di purità rituale e morale. Essi infatti avevano un fardello pesante dovendo osservare ben 613 precetti e prescrizioni, per cui erano molto impegnati nell’esercizio di una religione del dovere e dell’esecuzione. Per loro il popolo era quasi escluso dalla salvezza perché ritenuto incapace di adempiere tutte le prescrizioni. La religione era un affare prevalentemente delle strutture religiose (Sinedrio e Tempio): oggi potremmo dire che i rappresentanti ufficiali della religione ritenevano di avere l’esclusiva della rappresentatività di Dio.

La richiesta degli apostoli: «Aumenta/accresci in noi [la] fede!» apre una prospettiva. In greco si usa il verbo «prostìthēmi» che traduce l’ebraico «yasàph», nel senso proprio di «aumentare/accrescere» qualcosa che è carente o anche «rendere/fare grande». Se la fede può aumentare significa che può diminuire e che comunque non è data una volta per sempre: si può vivere, ma non si può credere di rendita. Durante la tempesta improvvisa che sorprende gli apostoli in barca, Gesù se la dorme tranquillo . Al suo risveglio dubita della fede degli apostoli e, dopo avere portato bonaccia, chiede: «Dov’è la vostra fede?» (Lc 8,25). Durante il discorso sulla Provvidenza che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, Gesù chiama gli apostoli «oligòpistoi – credenti di poco conto/dalla fede corta» (Lc 12,28). A Simone che di lì a poche ore lo rinnegherà, Gesù preannuncia che prega per lui «perché la tua fede non venga meno» (Lc 22,32).

La fede come qualsiasi organismo vivente deve essere alimentata, nutrita, sostenuta, curata in forza del principio popolare che sacco vuoto non può stare in piedi. Sappiamo che il valore di una sola Eucaristia è eterno, eppure ci domandiamo perché partecipiamo ogni sette giorni alla celebrazione dell’Eucaristia. Il motivo è qui: l’Eucaristia è la casa della fede dove noi la educhiamo e la nutriamo per vivere. La duplice mensa della Parola e del Pane non s’imbandisce per fare memoria di un passato che non c’è più, ma per permettere a noi, rivivendo quel passato, di essere contemporanei a Dio che si fa nostro contemporaneo. Così nutriamo la nostra fede in Dio e nel suo Messia Gesù, verifichiamo la nostra condizione alla luce del suo vangelo, condividiamo con i fratelli e le sorelle gioie e dolori, speranze e angosce, alimentiamo la nostra adesione a Cristo e ripartiamo per un altro tratto di storia. La fede è un dono, ma è anche un compito, un lavoro, una fatica e ogni volta supplichiamo lo Spirito: «aumenta la nostra fede!» per non venire meno alla fedeltà a noi stessi che è il fondamento della fedeltà a Dio.

Credere non è difficile: basta abituarsi settimanalmente a saper ricevere la Parola e il Pane, alimenti vivi per una fede zampillante. Noi abbiamo il diritto di alimentare la nostra fede perché abbiamo il dovere di renderla a chiunque ci chiede conto della nostra speranza (1Pt 3,15). Il mondo intero, specialmente il mondo dei non credenti ha diritto a chiederci questo conto e noi abbiamo il dovere di travasare la nostra fede oltre noi stessi, altrimenti siamo inutili a noi e al mondo stesso. Non è facile perché lo stesso Gesù è scettico sulla resistenza dei cristiani: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8). Ecco il nostro compito: preparare un mondo di fede per il ritorno del Figlio dell’uomo che rischia di trovare un mondo di religione e di religioni, ma nemmeno l’ombra della fede. Ecco la preghiera quotidiana: Aumenta la mia fede! Credo, Signore, ma tu aumenta la mia fede.

La seconda parte del brano porta la parabola del servo inefficiente o inutile (vv. 7-10). Nei vangeli si presenta spesso il binomio servo-padrone (Lc 12,43.45.47.48; 14,21.22.23; 20,1 e parall.) per descrivere i rapporti tra i credenti e Dio che viene descritto come padrone esigente, ma anche attento e disponibile a servire e premiare i servi fedeli (Lc 12,37; 19,11-27; cf Gv 13,1-7). Anche questa parabola è forse indirizzata ai Farisei che trascorrevano il loro tempo a misurare e calcolare i loro meriti e diritti come moneta per contrattare con Dio. Alla prosopopea dei Farisei che amano sempre farsi vedere, curano la loro immagine mettendosi sempre in mostra (Lc 11,43), si oppone la fede semplice dei poveri e dei piccoli che invece ripongono tutta la loro fiducia incondizionata in Dio (v. 6).

I poveri non si appropriano di meriti non loro, ma riconoscono tutte le grazie che ricevono. Essi sono veri. Non vivono di aspettative per cui non conoscono nemmeno la delusione; non si aspettano ricompense, per cui sanno godere di qualsiasi dono; non ritrattano mai quello che dànno per cui conoscono solo la dinamica della fedeltà. Si abbandonano come sono. La loro religione non è fondata sui meriti o sui presunti diritti, ma solo sulla potenza della Parola del Signore: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (v. 10).

In queste parole troviamo tre parole importanti: per essere inutili bisogna fare tutto ciò che è stato ordinato. La consapevolezza della propria identità nasce dal massimo impegno nel contesto di una relazione di dipendenza: Dio è Dio e il suo vangelo non è nostro, cioè non dipende esclusivamente da noi. Bisogna fare tutto», sapendo che tutto dipende da Dio. Gesù non dice agli apostoli che sono inutili: li ha scelti, infatti, perché lo aiutassero. Egli dichiara inutile e inadatto tutto ciò che nel cuore della persona, e quindi specialmente dei discepoli del Cristo, cioè noi, c’è di inadeguato, di superbo, di autoritario, di ingiusto, di non vero, di inautentico, di presuntuoso, di esclusivo. È inutile il fariseo che è dentro di noi.

Ne è un esempio Timòteo. Egli è tentato dallo scoraggiamento per le difficoltà incontrate nella predicazione non più da parte dei Giudei, ma addirittura da parte delle stesse autorità governative romane (forse siamo nel 65 d.C., poco prima della morte di Paolo). Timòteo è timido per natura e, sapendo che Paolo è prigioniero e forse prossimo alla morte, comincia a pensare che tutto sia stato inutile. Paolo rimanda il suo discepolo alla grazia della sua ordinazione, cioè gli intima di essere fedele alla vocazione che ha ricevuto per dare davanti al mondo la sua testimonianza di Gesù Cristo. È come se dicesse a noi che siamo debitori a Dio del nostro Battesimo, la nostra consacrazione sacerdotale, e ad essa dobbiamo restare fedeli e coerenti perché essa esprima la nostra verità e la nostra identità.

Viviamo in un mondo sopraffatto dalla violenza e spesso ci sentiamo totalmente inadeguati a vivere la nostra coerenza e siamo impotenti: sappiamo di dover agire, ma non sappiamo come. Nasce l’ansia del fallimento e quindi della rinuncia. Questo senso di inutilità deve diventare la nostra forza, che è radicata nel Battesimo e quindi nello Spirito di Dio, che ci consolida nella decisione di resistere e di essere presenti nella nostra impotenza, sapendo che questa è la nostra vocazione per sostenere questo mondo, affinchè non vada del tutto in rovina. Siamo chiamati nella nostra inadeguatezza a sollevare il lembo di croce del Cristo e diventare i cirenei perché il mondo sia salvo. Solo con la nostra conversione noi salviamo gli altri e il mondo.

Di fronte ad un mondo che sbrana l’ambiente stesso dove vive; di fronte alle ignominie più orrende come stragi di ogni genere, guerre senza senso, torture, stupri, violenza, rapimenti, furti, inganni, di fronte a un mondo ingiusto che «aumenta» senza vergogna i poveri nella miseria; di fronte ad una chiesa che cerca la mondanità e la sicurezza in questo mondo… come un fiume sorgono e straripano le domande da porre davanti a Dio: Dov’è Dio? Perché, Signore? Perché Dio non interviene a porre un argine alla cattiveria e al sopruso? Perché Dio ci lascia sommergere nel male? Perché il male nel mondo? Perché l’ingiustizia così diffusa? Perché Dio non interviene?

La risposta a queste domande è nella liturgia di oggi. Può apparire banale, ma non lo è: Dio non è «assente» o peggio indifferente: egli, al contrario, è molto attivo perché interviene attraverso ciascuno di noi, perché così può essere contemporaneamente dappertutto. Siamo noi credenti il segno e la prova dell’onnipotenza di Dio, perché possiamo giungere a tutto il mondo in nome e per conto di Dio In una parola, Dio ci manda nel mondo suoi messaggeri e profeti perché noi possiamo riconoscerlo nei fratelli e sorelle che incontriamo, e loro possano riconoscere il volto di Dio Padre e Madre nel nostro volto, nelle nostre mani, nel nostro cuore, nelle nostre parole e nella giustizia del nostro abbandono totale alla sua fedeltà. Siamo noi il sacramento della presenza di Dio nel mondo perché siamo consapevoli che «quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti… quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono» (1Cor 1,27.28)..